Interview

Je participerais au #Libre Journal de la livre Europe sur radio courtoisie ce 15/08/2017 avec Xavier Moreau sur le thème "La #Russie au sein de l'Europe". Les francais de l’étranger peuvent écouter la Radio en direct sur le site internet Read more

L’intégration économique et politique de l'Eurasie : objectifs réalistes ?

  Veuillez-trouver ci dessous mon interview de ce début 2017 pour la lettre de l'Association Nationale des Auditeurs Jeunes de l'Institut des Hautes Etude de Défenses Nationales /// WWW.ANAJ-IHEDN.ORG Comment définir l’axe eurasiatique ? Je crois qu’il faut tout d’abord envisager cet Read more

Conférence au MGIMO sur la politique étrangère de François Fillon (27/02/2017)

La politique étrangère de François Fillon : vers un nouveau gaullisme francais ? Photos sur le site du MGIMO Photos sur Facebook Bonjour à tous et merci beaucoup à cette institution qu’est MGIMO de nous recevoir aujourd’hui. Mon propos sera court, je souhaiterais vous parler Read more

Articoli in italiano

Demografia russa

Il 2 settembre 2014 Masha Gessen [1], un’attivista dei diritti delle minoranze sessuali, ha pubblicato nella rivista di critica New York Review of Books (NYR) un articolo dal titolo provocatorio “I Russi in Estinzione” corredato da una lugubre immagine invernale scattata nel 1997 nella stazione ferroviaria di una cittadina a sud est di Mosca, Aprelevka. L’immagine mostra le persone di spalle, curve, mentre attraversano i binari. Prendendo le mosse dall’immagine l’argomentazione nell’articolo è talmente votata al solo proposito di denigrare le politiche di Putin che perviene al risultato opposto di mostrare quanto gli oppositori del presente governo russo siano a corto di argomenti ed idee. Nel tentativo di negare la primavera russa, alcuni esperti di demografia occidentali sono ridotti semplicemente alla menzogna.

Il declino demografico degli anni 90. Fra il 1991 e il 1999 il tasso di nascita russo precipitò. Nello stesso periodo la mortalità esplose, così che la popolazione del paese conobbe un calo sostanziale, di quasi 1 milione all’anno. Al tempo la Russia era nelle mani di una classe dirigente indifferente al collasso del paese in quella che veniva presentata come una transizione economica che sembrava fuori controllo, almeno all’interno dei confini della Russia. Durante questo periodo la popolazione conobbe un crollo senza precedenti storici, persino peggiore di quello sofferto durante la guerra. La caduta demografica pareva inarrestabile e i Russi destinati ad estinguersi. Nel 2000, un anno dopo la salita al potere di Putin, il tasso di natalità ha ripreso a salire dopo avere raggiunto un minimo di 8,3 mille nel 1999. Da allora la crescita non si è mai fermata. Read more

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Un’alleanza arancio-bruna?

imagesQuasi due anni fa scrissi un articolo che tentava di spiegare la nascita quasi inevitabile di un nuovo movimento politico in Russia, una sorta di sincretismo tra la versione moderata e occidentalizzata del liberalismo degli anni ’90 e la versione 2.0 del nazionalismo moderato russo, versione meno  imperiale ma nazionale, sul modello europeo. Tale nuovo movimento politico in Russia ha sostituito il preistorico e classico nazionalismo imperiale e anche le correnti ultraliberali senza fede e morale degli anni ’90, creando una nuova ideologia, indicata come nazional-liberale o nazional-democratica.

L’attuale realtà socio-politica emersa soprattutto a Mosca e San Pietroburgo in occasione delle grandi manifestazioni di fine 2011, a seguito delle elezioni nazionali che i manifestanti ritenevano truccate e sleale. Tale ideologia è oggi molto popolare tra i giovani russi delle città moderne che desiderano identificarsi culturalmente, moralmente e politicamente con l’Europa occidentale e l’occidente in generale. Qualificando soprattutto, a torto o a ragione, “classe creativa” tale parte dell’opinione pubblica, più o meno l’equivalente russo della borghesia improduttiva (bobo) francese (in Italia, ceto medio semicolto). Tuttavia, i tentativi di entrare in politica di tale movimento creativo nazionale e liberale, finora sono falliti. I protagonisti di tale movimento non hanno saputo superare la prova delle elezioni che hanno affrontato.
Pensiamo bene all’assai brevemente pubblicizzata ambientalista Evgenija Chirikova di Khimki (di cui non parla più nessuno dalla sconfitta alle elezioni) o di Aleksej Navalnij, che ancora una volta ha fallito nel tentativo di essere eletto sindaco di Mosca.

A parte la mancanza di idee e programmi politici veri e propri, una delle principali ragioni del fallimento elettorale è il fatto che questa nuova borghesia occidentalizzante sia relativamente libertaria, soprattutto progressista. Aleksej Navalnij per esempio è a favore del Gay Pride a Mosca e tutte le sfaccettature della classe creativa sono apertamente a favore delle Pussy-Riot, con cui l’occidente è più che compiacente. Read more

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Ucraina: l’occidente e i suoi doppi standard

1497543Cinque morti, 300 feriti e ancora una volta i media mainstream che svolgono perfettamente il loro ruolo creando un doppio standard a dir poco disgustoso.

Il governo ucraino legittimamente eletto che si ritene dirigere e governare, ha preso la decisione legittima e sovrana di fermare (respingere?) i colloqui di associazione con l’UE, mentre firma un forte accordo bilaterale con la Russia.

Senza tornare alle ragioni economiche e culturali che potrebbero determinare la scelta del destino con la Russia piuttosto che con Bruxelles (come ho scritto qui, vale la pena chiedersi perché la comunità europea e occidentale sostenga manifestanti che mostrano in questi giorni una violenza inusuale.

Le manifestazioni divampate ai primi del 2014 non comprendono più di 150-200000 persone (45,5 milioni di abitanti) concentrate a Kiev, dove provocano continue violenze da diversi giorni. La legge sul divieto delle proteste delle autorità ucraine, del 22 gennaio, e destinata a por fine al caos urbano, non ha calmato l’ardore di migliaia di guerriglieri contro le forze dell’ordine. Read more

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Riflessioni sugli eventi in Ucraina

indexCome i lettori di RIA Novosti avranno intuito, la guerra dei grandi agglomerati s’è inasprita significativamente nelle ultime settimane su due fronti sensibili, Armenia e soprattutto Ucraina. Dall’annuncio della decisione del presidente ucraino di non firmare l’accordo con Bruxelles, migliaia e poi decine di migliaia di ucraini sono scesi per le strade di diverse città dell’ovest e del centro del Paese, ma anche soprattutto a Kiev, per protestare contro tale decisione politica.

Chi manifesta?
Le proteste sono state organizzate da una sorprendente alleanza di partiti dalle diverse tendenze, dalla destra all’estrema destra dello spettro politico ucraino. Primo v’è il partito “Alleanza democratica ucraina” (Udar) del pugile Klichsko sostenuto ufficialmente dalla CDU di Angela Merkel. C’è anche il partito “Patria” di Julija Tymoshenko (ora in carcere per corruzione e sospettata di complicità in omicidio) che invoca il rovesciamento del governo ucraino attuale. Infine vi è “l’Unione pan-ucraina Svoboda” (Libertà), che semplicemente si chiamava partito nazionalsocialista di Ucraina fino al 2004. Questo partito ha chiaramente invocato una manifestazione per rovesciare il governo e scatenare la rivoluzione sociale e nazionale (con l’aiuto di milizie e confraternite  pagano-radicali come ad esempio Wotan-Jugend), mentre denuncia la mafia ebraica che governa l’Ucraina! Cosa non averemmo sentito se tali osservazioni fossero state fatte da funzionari russi! Questi tre partiti formano un’alleanza improbabile chiamata “Task Force per la Resistenza Nazionale” che punta all’adesione all’Unione europea sovvertendo il governo legittimato dal voto.  Uno strano cocktail di movimenti di cui si può sospettare che l’improvviso tropismo europeo sia in realtà motivato principalmente da una miscela di avidità per il potere e di odio profondo della Russia. Questo gruppo ha anche il sostegno di alcuni tatari di Crimea musulmani, che chiedono le dimissioni del governo, e dalle stelle dello show-business, come la cantante pop che ha addirittura minacciato di suicidarsi se non si avranno cambiamenti. Perfino il fratello dell’attrice fidanzata statunitense del pugile Klichsko, è desideroso di sostenere i manifestanti e le loro aspirazioni euro-occidentali. Infine, hanno il sostegno delle Femen che durante una manifestazione a Parigi hanno deciso di urinare in pubblico sulle foto del presidente ucraino, senza che le forze di polizia francesi reagissero. Un supporto che la dice lunga.

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Euramerica, Eurussia o Eurasia?

185571428Recentemente, il sito Atlantico ha pubblicato un interessante scambio di idee tra Alexandre Del Valle e Alexander Melnik sulle prospettive vitali per l’occidente. Entrambi gli Alexander, che non hanno nulla in comune oltre i loro nomi di battesimo, sostengono due modi diversi e opposti sulla riaffermazione della potenza occidentale: alleanza continentale Europa-Russia o alleanza transatlantica tra Europa e USA.

Questo tema sembra diventare sempre più importante mentre le relazioni Russia-USA si deteriorano, l’Europa sprofonda nella crisi e la Russia ritrova le posizioni strategiche riaffermando gradualmente la sua posizione di grande potenza. La stessa settimana, il sito Europa-Israele ha pubblicato un articolo intitolato: La moralità cambia campo, un articolo molto elogiativo di Vladimir Putin e della politica russa nei confronti del mondo musulmano, con la Russia diventata protettrice delle minoranze, compresi i cristiani. Il sito ha preso l’esempio dei manifestanti di piazza Tahrir che denunciavano l’alleanza tra gli Stati Uniti e la Fratellanza musulmana e chiedevano alla Russia di interessarsi alla rivoluzione egiziana. Read more

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Un asse russo-cinese contro il terrorismo?

249028Ai primi di luglio, le forze navali russe e cinesi hanno condotto la relativamente grande esercitazione congiunta annuale (“Cooperazione marittima 2013″), nelle acque della baia di Pietro il Grande, Mar del Giappone. Pechino ha inviato quattro cacciatorpediniere, cinque fregate e una nave rifornimento, mentre la Russia ha mobilitato undici navi di superficie e un sottomarino. Sono state le più grande esercitazioni militari navali della Cina nella sua storia, in collaborazione con una potenza straniera.

A giugno, le più grandi esercitazioni militari russe, dal crollo dell’URSS, hanno avuto luogo nell’Oriente russo. Queste manovre, che hanno mobilitato 160.000 uomini, 1.500 carri armati, più di 130 aerei ed elicotteri e 70 navi da guerra e sottomarini della Flotta del Pacifico, simulavano una grande operazione difensiva in Estremo Oriente, con l’invio di forze supplementari dalle regioni centrali e occidentali della Russia.

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Crisi Cipro: E se il sogno europeo stesse per finire?

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Un po’ di storia
I recenti avvenimenti a Cipro hanno causato un’overdose mediatica assai spesso lontana dalla realtà.  La parte meridionale dell’isola di Cipro (la parte settentrionale è militarmente occupata dalla Turchia dal 1974), ha una popolazione di 770.000 abitanti, rappresentando solo lo 0,3% del PIL nell’area dell’euro. L’isola, anche se relativamente sconosciuta al grande pubblico, almeno fino a questa crisi, ha avuto una storia ampiamente travagliata, suddivisa tra oriente e occidente. I lettori interessati possono saperne di più visitando questa pagina di storia illustrata dell’isola, fino al 2004. E’ proprio in quel momento che Cipro aderiva all’Unione europea (il Paese era il più ricco dei nuovi aderenti, all’epoca) e nel 2008, Cipro entrava nella zona euro. Al tempo, l’isola stava già ricevendo flussi di capitali russi e la legislazione fiscale era sostanzialmente la stessa di oggi. Lo stesso anno, la crisi finanziaria colpì l’isola, come tutti i Paesi occidentali, e nella ristrutturazione del debito greco le attività bancarie cipriote (che aveano una percentuale elevata di titoli di stato greci) furono brutalmente svalutate per decisione dell’Eurogruppo. Nel 2011, il Paese aveva ancora un debito, in percentuale del PIL, inferiore a quelli di Francia, Italia e Germania. Jacques Sapir ricorda, inoltre, che le banche cipriote hanno oggi attività pari a 7,5 volte il PIL dell’isola, mentre la media UE è di 3,5 volte, assai meno alle attività bancarie del Lussemburgo, che pesano 22 volte il suo PIL. Read more

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La Grande Albania: un progetto degli Stati Uniti contro il mondo ortodosso?

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Dicembre 2012, il primo ministro albanese Sali Berisha ha concesso la nazionalità albanese a tutti gli albanesi, ovunque essi vivano. Questa dichiarazione è stata fatta durante una visita nella città di Valona, dove 100 anni fa venne dichiarata l’indipendenza dello Stato albanese.

L’Albania veniva liberata dal dominio ottomano. Questa dichiarazione seguiva un’altra, comune in questo caso, che Sali Berisha fece con il suo omologo kosovaro Hashim Thaçi qualche settimana prima, che prometteva l’unione di tutti gli albanesi. Un posto ben scelto, visto che la maggioranza degli abitanti del Kosovo, oggi, è di origine albanese, anche se non è sempre stato così.


Dopo la guerra dei Balcani del 1913, i serbi costituivano ancora la maggioranza della popolazione. Nel 1941, il Kosovo veniva annesso alla Grande Albania, da che era già un protettorato dei fascisti italiani. Dopo la guerra, il maresciallo Tito vietò l’immigrazione albanese verso la Jugoslavia, che sarebbe stata più forte con una Serbia il più debole possibile. Nel 1974 fu del resto lui che attribuì al Kosovo lo statuto di provincia autonoma, statuto che verrà rimosso da Slobodan Milosevic nel 1989, quando i serbi erano già il 15% della popolazione. Read more

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Siria, Russia e Francia



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La Russia, il principale ostacolo a un intervento efficace per fermare i combattimenti e le uccisioni sta perdendo.” Questi i propositi assolutamente sorprendenti di Bernard Kouchner, ex ministro degli esteri francese, in una intervista su Europe-1 del 13 dicembre. Questi aggiunge che “preferisco l’intervento militare” e che “i francesi con gli inglesi sono il motore politico per la partenza del dittatore Assad.”

Questa affermazione avviene, una volta di più, mentre i media mainstream ignorano completamente la realtà, cercando di attribuire alla Russia una responsabilità che non è sua. I media mainstream infatti si sono gettati sull’annuncio inesistente secondo cui la Russia “abbandona Bashar“, “ha abbandonato Bashar“, “prevede la sconfitta di Bashar“, “ha perso fiducia“, “intravede la vittoria dell’opposizione“, quando non faceva semplicemente “marcia indietro“. I media si sono basati su una dichiarazione fatta dal Viceministro degli esteri Mikhail Bogdanov, che aveva riconosciuto “la possibilità della vittoria dell’opposizione siriana.” Purtroppo la seconda parte della frase è stata dimenticata (probabilmente intenzionalmente) dai corrispondenti dei media mainstream, che diceva: “…se è supportata dall’esterno“, cosa che cambia il significato della frase.


Non è la prima volta che la Russia viene coinvolta in questa guerra mediatica contro la Siria ed è la seconda volta che Mikhail Bogdanov viene attaccato dai media. Lo scorso agosto, un quotidiano algerino aveva detto che non aveva dubbi sul futuro del presidente Assad, cosa smentita dallo stesso: il Viceministro non aveva dato alcuna intervista. Un mese prima, fu l’ambasciatore russo in Francia, Aleksandr Orlov, a cui venne attribuita una frase del tutto fuori contesto, negata sia dal ministero dell’informazione siriano che dall’ambasciatore stesso. Non passarono 24 ore che il ministero degli esteri russo chiariva la situazione e ricordava ai giornalisti la realtà e i fatti: “Si segnala che il signor Bogdanov non ha fatto di recente alcuna dichiarazione ufficiale, né dato interviste speciali ai giornalisti“. Quindi nessuna possibilità per i giornalisti francesi, che ancora una volta si sono del tutto sbagliati: la Russia non cambia la sua posizione sulla Siria. La posizione della Russia rimane salda, oltre ad aver ricevuto il sostegno del Brasile, consolidando il blocco diplomatico Russia/Cina (BRIC) che si oppone all’intervento militare, questa volta impedendo realmente il ripetersi dello scenario libico.

E’ difficile immaginare i futuri sviluppi in Siria. La pressione sul regime siriano non è mai stata così  forte, mentre il fronte interno si è inesorabilmente spostato verso il centro politico, mentre si accende uno scontro sempre più anarchico tra le comunità. Tuttavia, se l’assalto dei gruppi islamici radicali dell’opposizione e dei jihadisti mercenari stranieri è evidente, il crescente terrorismo prova indubbiamente la loro impotenza verso l’esercito siriano, che ha vinto tutte le battaglie urbane da Aleppo a Damasco. Possiamo ancora chiederci cosa sarebbe successo se questi affiliati di al-Qaida avessero indebolito maggiormente o totalmente il potere siriano, e sequestrato depositi chimici o di importanti quantità di armi, che si sarebbero potute usare in atti terroristici contro i paesi europei. Le immagini del Fronte islamista al-Nosra che compie test chimici su animali, dopo la cattura di un centro di ricerca (della  base di Suleiman?), dovrebbe far riflettere commentatori, analisti e politici occidentali. Che dire dell’intervista del loro comandante, in cui ha detto che reclute straniere sono pronte per la Jihad contro i paesi occidentali, tra cui gli USA?
Molti islamisti radicali che combattono in Siria (e che hanno sequestrato la giornalista ucraina Anhar Kotchneva, minacciandola di morte) hanno anche invocato ufficialmente “che nessun cittadino russo, ucraino o iraniano esca vivo dalla Siria” e di attaccare le ambasciate di Ucraina e Russia. Una dichiarazione di guerra contro la Russia, che fa seguito ai recenti appelli ostili di leader islamisti radicali contro la Russia, che vanno nella direzione delle dichiarazioni dei sostenitori radicali in Turchia, in occasione della visita di Vladimir Putin il mese scorso, o di quelle di molti islamisti stranieri che combattono in Siria. In questo contesto ci si può chiedere se i propositi di Bernard Kouchner abbiano senso. Per ora l’esercito siriano impedisce che la situazione diventi caotica, domandandosi dove ciò potrebbe trascinare la regione, e oltre. Se in Siria alcuni combattono per abbattere Assad, altri lottano per la creazione di un emirato islamico (sul modello dei taliban come spiegato qui) e quasi la metà della popolazione lotta solo per la sopravvivenza delle minoranze. Mikhal Bogdanov ha aggiunto, nella sua dichiarazione, che “la lotta diventerà più intensa e la Siria perderà decine – forse centinaia – di migliaia di civili“.


Mentre le Nazioni Unite parlano di inviare 10.000 soldati sul terreno, una cosa sembra certa oggi, se la situazione internazionale rimane invariata: questa guerra è forse all’inizio.

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“Obama 2.0: la fine d’America come la conosciamo?”

Con le elezioni negli Stati Uniti appena concluse e il presidente Obama finalmente e comodamente rieletto rispetto a quanto suggerivano i sondaggi, vale la pena chiedersi che cosa accadrà ora. Per la verità l’elezione di Obama era malgrado tutto prevedibile tenuto conto delle proposte radicali sostenute dal suo concorrente; il repubblicano Romney va alla guerra. Ma il presidente Obama ha conseguito il margine più basso tra i presidenti democratici eletti dal 1992. Peggio ancora, è l’unico presidente della storia americana a ottenere meno voti per il suo secondo mandato rispetto al primo.
Naturalmente Obama non offre un buon bilancio. Tra il 2008 e il 2012, a causa della crisi finanziaria globale, l’America ha perso 5 milioni di posti di lavoro.  Nel suo libro ”Obama al potere” il giornalista Guillaume Debre rivela alcuni dati incredibili del mandato di Obama. Durante
il suo primo anno alla Casa Bianca, il presidente ha speso 3.552 miliardi di dollari, quindi 25.362 dollari a contribuente e 11.290 dollari per ogni americano.
 Una spesa record nella storia degli Stati Uniti per un solo anno in carica. In quattro anni, ha aumentato il debito degli Stati Uniti di quasi il 60%, ovvero 4,8 miliardi di dollari al giorno, o 3 milioni di dollari al minuto.
Nel settembre 2008, il debito del governo federale degli Stati Uniti ha raggiunto i 10.025 miliardi di dollari, quindi circa il 72% del prodotto
interno lordo.
 Alla fine del 2011 ha rappresentato l’86% del PIL e il 1 ° novembre 2012, il debito ha raggiunto 16.199 miliardi di dollari; si prevede di raggiungere il 100% del PIL a fine 2012. Il debito del Paese ha raggiunto € 1717000000, cioè 67.000 euro per persona occupata. Il
debito pubblico è superiore al Pil annuale del paese. Peggio ancora, secondo il nostro giornalista, il debito del paese è previsto di un
aumento pari al 250% in dieci anni e peggiorare un debito che si dovrà ben pagare un giorno, ma che grava sulle spalle dei giovani americani.
Dal momento dell’elezione del presidente Obama, una ventina di stati richiedono formalmente la secessione e abbandonare gli Stati Uniti
d’America, tra di essi, naturalmente, per lo più gli stati conservatori e cristiani della Bibbia-cinghia (gli antichi Stati secessionisti ), la
maggior parte dei quali, del resto, ha votato per Mitt Romney in queste elezioni.
 Allo stesso modo che le zone rurali sono più pconservatrici delle aree urbane, queste differenze sono identiche all’interno degli stati: aree urbane e industriali a maggioranza democratica, mentre le aree rurali
sono più conservatrici.
 A questa divisione sociologica si sovrappone una divisione etnica: se l’affluenza è andata oltre il 58% (il tasso più alto dal 1968) Obama ha beneficiato della partecipazione attiva e militante delle minoranze in America. Nel 2008, Obama ha ricevuto il voto del 43% dei bianchi, del 95% dei neri, del 67% degli ispanici e il 62% degli asiatici. Nel 2012 questi punteggi sono il 37% bianchi, 90% neri, 69% ispanici e il 73% degli asiatici. All’interno del voto delle minoranze, quindi, Obama riporta una vittoria abbagliante e travolgente.
Una tendenza particolarmente preoccupante per i repubblicani, quanto la rapida evoluzione demografica che nel 2020 condurrà le minoranze a
diventare
maggioritarie in meno di 20 anni. Non a caso, Obama ha ottenuto il 60% tra i minori dei 18-29 anni e il 60% dei voti degli americani con i redditi più bassi. Senza una forte involuzione della narrazione repubblicana, è difficile comprendere come si potrebbe pensare a riprendere il potere.Sarà necessario anche per loro giocare la carta di un candidato di una  minoranza per cercare di sedurre un elettorato in pieno cambiamento socio-culturale? Così facendo, essi non rischierebbero di separarsi dalla loro frangia a destra e conservatrice, e quindi condannarsi a non essere eletti?
Ci si dovrebbe porre la questione della adeguatezza di tale sistema (vedi qui e qui ) per la Francia, adesso che questo modello multiculturale (all’americana) sta cominciando a toccare i propri limiti in America. I risultati eccellenti di François Hollande alle presidenziali, conseguiti nei quartieri ad alta densità di Francesi di origine straniera (65,32% a Seine-Saint-Denis, 72,07% a Clichy-sous-Bois, 72,62% a Garges -lès-Gonesse, Thicket Val al 89,04% a Mantes-la-Jolie …) o il fatto che ad esempio il 93% dei musulmani francesi (in gran parte francesi di origine straniera entrati di recente) hanno votato per il candidato socialista sono probabilmente un avvertimento molto pesante per molti politici francesi.
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