Le rivoluzioni colorate in Eurasia (II)

 
Alla base delle rivoluzioni colorate: il progetto di smembramento della Russia


La volontà di indebolire e smembrare la Russia in una moltitudine di stati è antica. All’epoca del grande gioco[6] nel 19° secolo, durante la lotta che oppose le potenze russa e britannica nell’Asia centrale e nel Caucaso, l’Inghilterra aveva ben compreso l’importanza e dunque la minaccia nei propri confronti delle recenti conquiste russe ai danni dell’impero Ottomano. Queste conquiste avevano aperto alla Russia la via per il Mediterraneo e per il mar Nero. Dal 1835 l’Inghilterra tenta quindi di destabilizzare la Russia in particolare con la consegna di armi al Caucaso (caso della goletta britannica Vexen[7]), o ancora con la creazione dei comitati Tchétchènes o Tcherkesses durante il congresso di Parigi del 1856, dopo la guerra di Crimea[8].
Il fronte caucasico sarà, nel corso del 20° e del 21° secolo, una sorta di zona debole tramite la quale l’Inghilterra e poi l’America tenteranno di destabilizzare la Russia. Agli albori del 20° secolo in effetti alcuni responsabili delle repubbliche musulmane di Russia, principalmente in Caucaso e nell’Asia centrale, tenteranno di organizzare la battaglia per l’indipendenza. Due linee si oppongono, i sostenitori di un nazionalismo territoriale e i sostenitori di un’unione panturca (essendo il ruolo degli intellettuali turchi che auspicano una riunificazione panturca relativamente importante all’interno di questi movimenti). Lo scopo degli “indipendentisti” diventa rapidamente quello di attirare le grazie delle democrazie occidentali e a questo titolo viene lanciato un “appello” al congresso di Versailles, con lo scopo di sostenere l’emergenza delle nazioni del Caucaso. 

I bolscevichi non lasciano molto spazio ad alcuna sorta di ambizione indipendentista, dal 1922 i principali responsabili politici indipendentisti saranno costretti all’esilio. Una prima ondata emigra verso Istanbul, cosa che discrediterà il movimento e lo confonderà con l’espansionismo turco, e una seconda ondata approda in Europa, soprattutto in Francia e Germania. La Francia a quest’epoca è già considerata dal Bachkir Zeki Velidov il “centro di combattimento turco-musulmano” contro la Russia. È Józef Piłsudski[9], primo ministro polacco, che forgerà il termine Prometeismo[10] per definire questo movimento. Rapidamente riviste prometeiste furono create in Francia, Germania, Inghilterra, Cecoslovacchia, Polonia, Turchia e ancora in Romania. Collo scoppio della seconda guerra mondiale e dopo il patto germano-sovietico i prometeisti si schierano, dalla costa dell’Inghilterra e dalla Polonia, contro la Germania e l’URSS. Il movimento “prometeista” trarrà beneficio da forti sostegni finanziari in Polonia e sostegni politici in Francia, tramite ad esempio il comitato Francia-oriente, sotto il patrocinio del presidente del senato Paul Doumer. Il principale progetto è stato la creazione di una federazione del Caucaso sul modello elvetico. Dopo la perdita della Polonia, il movimento fu imbrigliato dalle strategie naziste che prevedevano il frazionamento dell’URSS in piccole entità, più facili da controllare e sconfiggere militarmente. I Tedeschi creeranno proprio in questa ottica le legioni SS nel Turkestan russo così come delle divisioni nel Caucaso musulmano. In seguito alla vittoria dell’URSS e il riconoscimento delle sue frontiere da parte della SDN i prometeisti si rivolgono all’America con la creazione di una “lega prometeista della Carta Atlantica”. Dopo il sostegno turco-musulmano, quello cattolico e anticomunista, e infine quello nazista, il movimento troverà un appoggio inatteso nella CIA che ne farà uno strumento di lotta contro l’URSS in piena guerra fredda. La grande confusione ideologica che spicca da questo evolversi di fatti porterà allo sviluppo di una linea “prometeista” che si definirà per forza di cose come antirussa. Globalmente, si può parlare di una sorta di fronte Arancio-Verde, coalizione niente affatto eteroclita tra gli interessi occidentali e quelli islamico-indipendentisti del Caucaso, contro la Russia.


Dottrine geopolitiche, non violenza e ONG umanitarie

Dopo il secondo conflitto mondiale, l’Europa è come già detto divisa in due parti dalla cortina di ferro, l’URSS, considerata come principale potenza capace di dominare l’Eurasia, e le leghe prometeiste che auspicando la sua implosione in diversi stati sono sostenute dalla CIA. Gli strateghi statunitensi vogliono quindi applicare alla lettera gli insegnamenti geopolitici dei propri ideologi tentando di accerchiare la Russia con un reticolo di stati tampone permettendo loro di avanzare in Eurasia. Tale avanzamento sarà messo in atto in un modo completamente innovativo: organizzare una contestazione ai regimi di stampo non violento e apparentemente spontanea, per mezzo di un reticolo perfettamente organizzato. A tal fine, una serie di associazioni e ONG verranno create. Presentate come portabandiera della democrazia, esse sono soprattutto gli emissari politici dell’America nel seno degli stati giudicati poco affidabili e non democratici, vale a dire i paesi che non fanno parte dell’alleanza occidentale, generalmente appartenenti al gruppo dei non allineati. Il concetto non è dunque recente, risale agli anni 80, in piena guerra fredda. Si svilupperà in una costellazione di ONG che il governo Reagan finanzia per indebolire e contrastare l’influenza sovietica.
Le principali sono l’USAID[11], oltre che l’USIP[12], e ancora la NED[13], che è una scuola di quadri per il mondo intero, e che gestisce essa stessa le numerose associazioni liberali che promuovono i valori democratici. Nascono anche l’Institute for the Study of URSS e l’American Comitee for Liberation of Bolchevism[14], alle quali hanno contribuito leader prometeisti dopo il secondo conflitto mondiale. Si possono citare l’istituto Aspen[15], la Jamestown foundation[16] o ancora il comitato per i paesi del Caucaso[17], che ha organizzato, finanziato e sostenuto la Jihad contro i sovietici in Afghanistan. Questo comitato è un’emulazione di Freedomhouse[18], cuore del sistema, fondata nel 1941 per contrastare l’influenza nazista e che si trasformerà più tardi in direzione dell’anti sovietismo. La lista non potrebbe essere completa senza la Fondazione Héritage[19], fondata nel 1973, arma della dottrina Reagan antisovietica e oggi uno dei principali think-tanks conservatori americani. La rete Open Society[20] di Georges Soros, destinata a promuovere la libertà e la democrazia nel mondo postsovietico, tramite un certo numero di associazioni ad essa associate. E infine l’AEI[21], che è stato uno dei principali architetti della politica neoconservatrice dell’amministrazione Bush. L’AEI è sovente citato, insieme all’Heritage Foundation[22], come controparte del diritto della liberale think tank Brookings Institution[23].

L’Albert Einstein Institute[24] è un’organizzazione particolarmente peculiare, giacchè il suo fondatore Gene Sharp[25] è anche l’autore del libro From dictatorship to democracy, manuale veritiero  sull’azione non violenta e che sarà utilizzato dalla maggior parte delle organizzazioni di giovani finanziate da queste ONG per sovvertire i governi tenuti sotto osservazione. Gene Sharp ha politicizzato le tecniche d’azione non violenta nel contesto del rinnovamento della guerra fredda per preparare una eventuale resistenza in Europa nel caso di invasione dell’armata rossa. Questo filosofo relativamente poco conosciuto ha pubblicato tra il 1985 e il 2005 numerose opere su tali tecniche di resistenza non violenta. Dal 1987 ha fornito informazioni alla NATO. È importante notare che l’implicazione di Robert Helvey[26], un tempo responsabile della CIA, dagli anni 90 permetterà all’istituto di disporre di abbondanti finanziamenti dell’International Republican Institute (IRI), un think-tank vicino al partito repubblicano e inoltre uno dei quattro rami del National Endownment for Democracy (NED). Le teorie presentate sono da mettere in parallelo con le attività dell’ICNC[27] diretto da Peter Ackerman[28]. Quest’ultimo afferma la supremazia tattica dell’azione non violenta nel quadro globalizzato della società dell’informazione[29]. Sarà sempre lui a sviluppare l’idea di videogiochi con scenari basati sui teatri d’operazione reali o supposti (per il futuro) di tali rivoluzioni. Così le teorie di Sharp e Ackerman costituiscono le fondamenta del sistema della disinformazione globale e della guerra d’opinione, essenziale per scatenare le rivoluzioni non violente. Questo soft power incentrato sulla comunicazione via internet, sul giornalismo popolare e sui social network permette agevolmente la diffusione massiva di messaggi inverificabili che giocano sulla spontaneità. Tramite tali tecniche innovatrici e di soft power, la rivoluzione non violenta può essere quindi compresa in tutte le sue sfaccettature: la palesazione delle vie delle rivoluzioni colorate, l’utilizzo dei social network per destabilizzare gli stati o ancora la guerra d’informazione, o cyber-guerra, ugualmente non violenta. Si può affermare che pochi osservatori hanno realizzato l’importanza dei finanziamenti e l’ampiezza della portata di tutte queste organizzazioni, think tank e ONG. Allo stesso modo, pochi osservatori hanno compreso la loro origine comune in seno a un dispositivo unico, in una visione geopolitica.

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[7] Natalia Narochnitskaya, Que reste t-il de notre victoire, p 171
[8] Natalia Narochnitskaya, Que reste t-il de notre victoire, p 171
[25] http://fr.wikipedia.org/wiki/Gene_Sharp

[27] http://en.wikipedia.org/wiki/International_Center_on_Nonviolent_Conflict

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